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Dedicare oggi una mostra antologica a
Raffaele Castello significa non solo rendere omaggio ad un interessante
pittore che partecipò ai fermenti delle avanguardie internazionali,
anticipando soluzioni formali dell’astrattismo, ma anche all’ambiente
culturale dell’isola di Capri nella prima metà del Novecento con i suoi
eccezionali visitatori, da Otto Sohn-Rethel a Curzio Malaparte, da
Enrico Prampolini ad Alberto Moravia, da Peyrefitte a Ungaretti.
«Che tempi erano quelli quando per la
prima volta incontrai nella sua Capri, Raffaele Castello!» scriverà
proprio Ungaretti, ricordando gli anni successivi alla prima guerra
mondiale. Castello, nato nel 1905 a Capri, lasciò l’isola nel ’29 per
studiare Belle Arti presso l’Accademia di Varsavia, dove incontrò
Kandinsky, e poi si recò a Dusseldorf, frequentando i corsi di Paul Klee.
A Parigi incontò Mondrian e strinse amicizia con Prampolini. Tornato a
Capri dopo l’avvento al potere di Hitler, entra in contatto con i
futuristi e diviene amico di Malaparte e di Ungaretti. Pittore geniale
ma discontinuo, non ebbe fortuna di mercato alternando intensi periodi
creativi con lunghe pause durante le quali, spinto da necessità
economiche, svolse i più svariati mestieri.
Castello è stato un artista anomalo nel
panorama italiano, attento alle realtà sperimentali, spesso còlte nel
loro momento aurorale, ma amorosamente nostalgico e fedele alla bellezza
dell’isola di Capri alla quale non seppe rinunciare. Nostalgia come
combustibile per alimentare un percorso complesso, una capacità di
rielaborare in uno stile personale gli stimoli più vari.
Capri si mostrava nella sua incredibile
stratificazione di vite vissute e immaginate nella quale lavoravano,
come ricorda Lea Vergine, «anarchici, socialisti, futuristi, poeti e
"profeti" russi e mitteleuropei in malattia e stravaganza». |